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lunedì 13 ottobre 2014

Intervista Alain Elkann





Etta Barbarotto intervista a Sanremo il  giornalista-scrittore Alain Elkann. Alain Elkann ha illustrato il nuovo museo egizio di Torino. Un grande museo «nazional-popolare», capace di sfruttare appieno le suggestioni di un'epoca storica, l'Antico Egitto, che ha ispirato grandi film e romanzi d'avventura. Senza, con ciò, togliere nulla al rigore scientifico e al pregio di collezioni che fanno dell'Egizio di Torino il secondo dopo il Cairo e che da sempre attirano studiosi di tutto il mondo, americani e tedeschi in prima fila.  «Questo Museo — annuncia Alain Elkann, scrittore e presidente della Fondazione che nel 2004, con un'inedita alleanza tra ministero dei Beni Culturali e enti locali, ha preso le redini dell'Egizio — respirerà diversamente, con un giusto equilibrio tra effetti speciali e conservazione di un patrimonio straordinario che appartiene a tutti. I nostri principali obiettivi, da raggiungere entro fine 2010, sono due: poter mostrare i capolavori fino ad ora nascosti nei magazzini per mancanza di spazio, e accogliere i nostri visitatori secondo gli standard dei grandi poli internazionali, consentendo ai bambini delle scuole di mangiare, agli anziani di riposare, agli stranieri di avere materiale nelle lingue principali, ai disabili di godere appieno della visita». Fino a cinque anni fa, l'Egizio, nonostante l'importanza di tesori che già i Savoia, con Carlo Felice nel 1824, avevano cominciato ad acquistare soggiogati dal fascino dell'esotico, era l'esempio di un glorioso e polveroso museo italiano: didascalie comprensibili solo agli studiosi, poca luce, orari limitati. Elkann e Eleni Vassilika, il direttore di origine greca, hanno portato aria nuova: guide in quattro lingue, allestimenti come lo statuario già affidato a Ferretti (all'inizio animato anche dalla musica, che poi è stata abolita perché disturbava i custodi, ndr), un nuovo logo firmato Pininfarina, un sito, una libreria che ora verrà ampliata e rinnovata, creando anche quella caffetteria che da sempre è una delle più grandi lacune. «Puntiamo a un milione di visitatori all'anno», spiega Elkann, già per altro fiero di un trend che anche dopo le Olimpiadi ne fa registrare oltre 550.000. Nei magazzini sotterranei attendono 24.000 reperti, tra i quali capolavori già prestati a musei di tutto il mondo, dal Louvre al British, dal Metropolitan allo stesso Cairo. Tra questi, i sarcofagi del Medio e Nuovo Regno (dal 2000 avanti Cristo e per i mille anni successivi), che non è stato mai possibile esporre a Torino nel loro splendore.

lunedì 31 marzo 2014

Intervista agli autori Rapetti Mogol Alfredo e Giuseppe Anastasi

Al Teatro dell’Opera del Casinò di Sanremo, ai Martedì Letterari  Alfredo Mogol Rapetti e Giuseppe Anastasi hanno illustrato il loro libro: “Scrivere una Canzone” (Zanichelli Editore).
La canzone è la forma d’arte più immediata e popolare che esista: frutto dell’unione di parole e note è un connubio in grado di sprigionare una forza che può restare inalterata per sempre. Canzoni come “Nel blu dipinto di blu”, “La canzone del sole” o “La donna cannone”, per citarne solo tre fra mille possibili, continuano a emozionarci da decenni grazie anche all’armonia perfetta tra il testo e la musica. In Scrivere una canzone affrontiamo una sfida stimolante e complessa: impariamo a trovare le parole che completano una musica. Analizziamo casi illustri del passato, studiamo differenze e affinità con la poesia.
Alfredo Rapetti Mogol (Cheope) È autore di canzoni e pittore. Ha collaborato con numerosissimi artisti, tra cui Laura Pausini, insieme alla quale ha scritto oltre sessanta testi e vinto due Grammy Awards. Le sue canzoni hanno venduto più di quaranta milioni di copie. Giuseppe Anastasi Insegna metrica musicale al Centro Europeo Toscolano. Per Arisa ha scritto una trentina di testi, tra cui Sincerità, vincitrice nel 2009 di Sanremo Giovani, e La notte, arrivata al secondo posto a Sanremo 2012. Nel 2014 Arisa  vince il Festival di Sanremo  con il brano "Controvento" di Giuseppe Anastasi

Intervista allo scrittore Marco Roncalli

Intervista allo scrittore Marco Roncalli, pronipote di Papa Giovanni XXIII (suo nonno era un fratello minore del popolare Pontefice).

Il 4 novembre del 2008  si è ricordata a Sanremo una figura segnata nei cuori e nel ricordo  di tanti sanremesi Padre Semeria, che sempre nel corso della sua vita dedicata all’apostolato e alla solidarietà mantenne salde le radici con la sua Coldirodi, frazione di Sanremo. Roberto Italo Zanini ha tenuto la conferenza su:” Padre Semeria, carità e Modernismo. E' stato presentato il libro:” Padre Semeria, destinazione carità.” Hanno partecipato Marco Roncalli, Angela Calvini Alberto Guglielmi, Padre Giura dell’ordine dei Discepoli di Gesù,  Suor Elvira Econimo la Superiora dell’Istituto padre Semeria di Coldirodi, un esempio di fede e carità che da decenni  ha dato aiuto e sostegno a tante fanciulle.
Una semplice, chiara e avvincente biografia di un’affascinante figura di sacerdote del secolo scorso. «Padre Semeria? Chi non lo conosce oggi? – scrive di lui Edmondo De Amicis – È attualmente il più celebre oratore sacro d’Italia, il più forte genio filosofico del clero italiano. È il più popolare rappresentante di quella evoluzione verso le idee moderne che viene effettuandosi nel clero colto. Un vero prodigio di lavoro e di eloquenza».
Ma non era soltanto un affascinante predicatore, nel cui cuore ardeva il fuoco dello Spirito, attraendo al suo pulpito ogni categoria di persone; era anche un grande apostolo della carità, che esercitò con mirabile eroismo soprattutto a favore dei bambini orfani della Grande Guerra: «Sono povero, voglio vivere povero, voglio lavorare per i poveri», diceva. Si definiva «il commesso viaggiatore della carità», perché era sempre in movimento per tutta l’Italia e anche all’estero per reperire aiuti a favore della sua “Opera”.
L’attitudine a porsi in ginocchio di fronte alle esigenze del prossimo, è una delle chiavi di lettura della sua vita. «Andiamo!», fu l’ultima sua parola sul letto di morte: era davvero pronto ad andare incontro al suo Signore, accompagnato dalla grande schiera dei suoi assistiti.

Intervista a Dacia Maraini



Etta Barbarotto intervista Dacia Maraini

Dacia Maraini a  Sanremo quando ha presentato il suo ultimo libro 'La grande festa'.
La Grande Festa: è un linguaggio profondo e complesso quello con cui ci parlano coloro che abbiamo amato e non sono più con noi, ineffabile come il paese che abitano. I sogni e i ricordi sono il solo passaggio per questo luogo in cui le epoche della vita si confondono, “un’isola sospesa sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati”. Così, attraverso il filtro essenziale della memoria e del sogno, Dacia Maraini ci racconta in questo libro intenso e intimo come Bagheria coloro che ha amato, che l’hanno amata e che vivono ora solo attraverso i ricordi: “nel giardino dei pensieri lontani” rievoca e incontra la sorella Yuki, il padre Fosco, Alberto Moravia, Giuseppe Moretti – l’ultimo compagno scomparso prematuramente per una malattia crudele – l’amico carissimo Pasolini e un’inedita e fragile Maria Callas.
Perché il racconto ha il potere di accogliere e abbracciare come in una grande festa le persone amate, restituendo al momento della fine, che oggi sempre più si tende a negare, a nascondere, quel sentimento estremo di bellezza e consolazione che gli è proprio. Dacia Maraini ci regala una storia sincera e struggente, un ritratto memorabile di sé che mescola affetti privati e pubblici, felicità e dolore. Un libro capace di emozioni rare, forte di una vita vissuta fino in fondo e del coraggio della narrazione della maggiore scrittrice italiana.

Intervista di Etta Barbarotto a Claudio Martelli

Claudio Martelli, che ha ricoperto l’impegno di Ministro dell’ Interno, ha presentato a Sanremo il suo  libro 'Ricordati di vivere' (Bompiani).
Autobiografia politica e confessione esistenziale, Ricordati di vivere ripercorre trent’anni di storia italiana ed europea intrecciando vita pubblica e vita privata, passioni civili e passioni del cuore, alternando la dialettica e l’oratoria dei grandi drammi con l’ironia disincantata e le durezze del referto clinico. Dallo spaesamento di un giovane che diventa riformista in pieno ’68 all’incontro con Bettino Craxi – un Craxi descritto in azione e nell’istante della decisione, ma anche a tavola e nel tempo libero, mentre fa politica e mentre vive – , dal caso Moro all’epopea laica e socialista degli anni ottanta, dal sodalizio con Giovanni Falcone alle stragi di mafia, a Mani pulite e al crollo della Repubblica. Se il filo rosso della storia è l’amicizia con Craxi e con Falcone, in queste mémoires di fine secolo lampeggiano i ritratti di François Mitterrand e Willy Brandt, di Berlinguer e Andreotti, di De Mita e Forlani, di Marco Pannella, Adriano Sofri e Raul Gardini. Senza astio e senza sconti – tantomeno a se stesso – Claudio Martelli racconta in presa diretta il labirinto delle intenzioni, le responsabilità e le dure corvées della politica per riannodare il filo spezzato di una storia con i suoi bagliori di gloria e i suoi fallimenti, le sue grandezze e le sue miserie, per gettare una luce nuova su quel passato più recente da cui tutti veniamo e sui perché di una crisi politica che non ci ha più lasciato.
Claudio Martelli, milanese, ha insegnato Filosofia all’Università Statale. Amico di Craxi, di cui era considerato il delfino, è stato deputato italiano ed europeo. Vicesegretario socialista negli anni ottanta, il suo discorso su “Il merito e il bisogno” resta la pietra miliare del rinnovamento liberale del PSI. Promotore con i radicali del referendum sulla giustizia giusta e di quello sul nucleare, divenuto vicepresidente del consiglio e ministro della giustizia, scelse come collaboratore Giovanni Falcone e con lui varò le principali leggi antimafia. Prima con la legge sull’immigrazione, poi con l’associazione Opera e, dal 2010, con Lookout – la prima web tv multiculturale – ha promosso l’integrazione degli immigrati e i diritti dei rifugiati. Giornalista, autore e conduttore televisivo, vive e lavora tra Roma, Milano e Berlino.

domenica 30 marzo 2014

Intervista a Eddy Merckx la leggenda del ciclismo

 Etta Barbarotto intervista Eddy Merckx detto  "il cannibale"  la leggenda del ciclismo: cannibale per la sua voglia di vincere sempre e di non lasciare nulla agli avversari.


Eddy Merckx un campione divenuto leggenda, conosciuto e amato  come uno dei migliori ciclisti della storia,  è il simbolo del ciclismo del Belgio, particolarmente legato a Bruxelles. E' considerato da molti il più forte ciclista di tutti i tempi e il miglior sportivo belga di sempre.
Nato e cresciuto  nel quartiere di Woluwe Saint Pierre a Bruxelles, Edouard Louis Joseph Merckx meglio conosciuto come Eddy Merckx è una leggenda del ciclismo internazionale: cominciò a correre in bicicletta per le strade della cittadina di Meensel-Kiezegem, nella regione fiamminga del Belgio (all'epoca ancora unito) all'età di otto anni e non smise più di pedalare e vincere centinaia di competizioni.

martedì 18 marzo 2014

Alessio Zucchini

Etta Barbarotto con il giornalista Alessio Zucchini del TG Rai Uno